martedì 29 marzo 2016


Eccidio di Argelato
Morti    29 fascisti e presunti tali tra cui i fratelli Govoni uccisi in due distinte stragi. Durante le indagini fu rinvenuta una fossa in cui erano celati altri 25 corpi.
L'eccidio di Argelato avvenuto a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, a guerra finita, fu l’esecuzione sommaria, compiuta da partigiani delle Brigate Garibaldi e preceduta da torture e sevizie, prima di 12 persone l'8 maggio 1945 e in seguito di altre 17 persone, tra cui i sette fratelli Govoni l'11 maggio 1945.

L'8 maggio 1945 i partigiani garibaldini della brigata "Paolo" Dino Cipollani e Guido Belletti prelevarono la professoressa Laura Emiliani e la portarono nella sede del CLN dove fu presa in consegna dalla polizia partigiana comandata da Luigi Borghi. Il giorno seguente Vittorio Caffeo che era stato il commissario politico della brigata partigiana sequestrò il vecchio podestà di San Pietro in Casale Sisto Costa con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo , a questi si aggiunsero nove cittadini di Cento, Enrico Cavallini, Giuseppe Alborghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartati, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani. Guido Cevolani, fratello di uno dei sequestrati di Cento, resosi conto della situazione, inseguì i partigiani e scoperto il luogo in cui erano stati posti in detenzione dopo un drammatico colloquio ottenne la liberazione del fratello. Cevolani durante il confronto riuscì ad intravedere uno dei prigionieri con il volto completamente coperto di sangue. Il 9 maggio 1945 i prigionieri furono sottoposti al giudizio di un tribunale partigiano e sommariamente condannati a morte. Privati degli effetti personali che furono spartiti tra i partigiani, furono tutti strangolati. Guido Cevolani fu poi determinante nel far individuare alle forze dell'ordine gli autori della strage.
Le vittime sequestrate e uccise nella prima strage, nei pressi di Argelato, in località Volta Reno, sono :
Alberghini Giuseppe
Bonazzi Dino
Cavallini Enrico
Costa Sisto, il vecchio podestà di S. Pietro in Casale, marito di Adelaide e padre di Vincenzo
Costa Adelaide, la moglie di Sisto
Costa Vincenzo, il figlio di Sisto e di Adelaide
Emiliani Laura, professoressa di San Pietro in Casale, cognata di Sisto
Maccaferri Vanes
Melloni Ferdinando
Moroni Otello
Tartari Guido
Zoccarato Augusto
Tra le persone prelevate dai partigiani c’era anche Cevolani Alfonso, ma grazie al fratello Guido, che resosi conto della situazione intervenne in sua difesa presso il luogo in cui erano detenuti, fu liberato.

La seconda strage


Tra le vittime di questa seconda strage vi furono i sette fratelli Govoni (Dino, Emo, Augusto, Ida, Marino, Giuseppe, Primo) di cui due soltanto Dino e Marino avevano aderito alla Repubblica Sociale. Subito dopo il 25 aprile i due fratelli Marino e Dino Govoni furono convocati dal CLN ma non essendo possibile muovergli alcun addebito furono subito rilasciati.

L'11 maggio 1945 i partigiani della Brigata garibaldina "Paolo" si presentarono presso la casa del vecchio padre dove trovarono soltanto Marino che fu sequestrato, e sempre il mattino fecero irruzione nella casa di Ida Govoni ove abitava con il marito e, trovata mentre stava allattando la figlia, fu sequestrata. Il marito di Ida che non volle abbandonare la giovane moglie salì anch'esso sul camion ma fu poi costretto a discenderne. L'automezzo proseguì poi per Pieve di Cento verso il podere di Emilio Grazia dove gli altri cinque fratelli, ignari della situazione, si erano recati per ballare e lì furono anch'essi sequestrati nonostante che i partigiani, mentendo, avessero assicurato che si trattava solo di "accertamenti di polizia". Si salvò invece una ottava sorella, Maria, che dopo essersi sposata si era trasferita ad Argelato e non fu rintracciata.

Presi prigionieri i sette fratelli, i partigiani andarono a San Giorgio di Piano a prelevare altre dieci persone, tre delle quali appartenenti alla stessa famiglia, il nonno Alberto, il padre Cesarino e Ivo Bonora diciannovenne. Oltre a Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Giacomo Malaguti, Guido Mattioli, Vinicio Testoni.
Le 17 vittime sequestrate e uccise nella seconda strage, perpetrata in un casolare isolato della località Casadio, sono :
I sette fratelli Govoni : Ida (sequestrata a casa, mentre allattava la figlioletta), Marino (sequestrato a casa del padre), Primo, Augusto, Dino, Emo, Giuseppe (sequestrati a Pieve di Cento, dove si erano recati a ballare).
I partigiani si recarono quindi a San Giorgio di Piano, dove sequestrarono altre 10 persone :
Bonora Alberto, il nonno di Ivo, padre di Cesarino
Bonora Cesarino, figlio di Alberto e padre di Ivo
Bonora Ivo, diciannovenne, figlio di Cesarino e nipote di Alberto
Bonora Ugo
Bonvicini Alberto
Caliceti Giovanni
Malaguti Giacomo
Mattioli Guido
Pancaldi Guido
Testoni Vinicio
Tra questi, Malaguti Giacomo era già stato arrestato e poi rilasciato dalla Polizia partigiana.
Tra i nuovi prelevati figurava anche Giacomo Malaguti, 22 anni, era sottotenente di artiglieria dell'esercito dell'Italia del Sud, per il quale aveva combattuto contro i tedeschi nella Battaglia di Montecassino, rimanendo ferito, e aveva fatto la campagna in una unità italiana aggregata all'esercito inglese, si trovava in licenza presso la famiglia nel paese di San Giorgio di Piano. Aveva manifestato però avversione al comunismo a causa delle ripetute violenze tanto da rivolgersi ai partigiani con un "Voi comanderete ancora una settimana e poi vi sistemeremo tutti" facendo riferimento agli angloamericani che non avrebbero tollerato violenze era già stato arrestato dalla Polizia partigiana e rilasciato.

Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi arrivarono altri comunisti alla casa colonica di Emilio Grazia. Per ore nello stanzone dove erano rinchiusi tutti i prigionieri subirono un bestiale linciaggio, pugni, calci e colpi di bastone, furono seviziati, e coloro che non morirono per le torture furono strangolati. Nessuna delle vittime morì per arma da fuoco. I beni trovati in possesso degli uccisi, come accertato dalla magistratura, furono spartiti tra i partigiani. I corpi furono sepolti poco distante in una fossa anticarro. La ferrea legge dell'omertà dei partigiani comunisti impedì che si potessero conoscere i nomi delle decine di persone che seviziarono i fratelli Govoni. Dopo molti anni dai fatti, quando furono scoperti i corpi, si accertò che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture ed incrinature.

LA MAMMA DEI 7 FRATELLI 
CATERINA GOVONI
Anni dopo, il partigiano Filippo Lanzoni disse con scherno alla madre dei sette fratelli uccisi Caterina Govoni, ancora alla ricerca del luogo in cui erano stati sepolti i figli: «Cercali con un cane da tartufi». Il fatto provocò la reazione di Cevolani che decise di fare i nomi che conosceva al maresciallo dei carabinieri di Pieve. Il maresciallo Vincenzo Masala raccolse tutte le prove e ulteriori testimonianze, così alla fine del 1949 denunciò alla magistratura i partigiani della brigata garibaldina "Paolo". Presto fu rintracciata la fossa in cui erano stati sepolti i corpi dei sequestrati insieme al fratello di Cingolani, ma le indagini proseguirono e si spostarono anche sul secondo eccidio che aveva visto vittime i fratelli Govoni. Le ricerche permisero il 24 febbraio 1951 il rinvenimento di altre due fosse comuni, con venticinque corpi non identificati in una e diciassette nella seconda a breve distanza, che vennero identificati quali vittime della seconda strage, tra i quali furono rinvenuti i resti dei fratelli Govoni. Il 29 febbraio 1951 si svolsero i funerali.

Il processo, svoltosi a Bologna vide abbinate le due stragi in un solo procedimento dato che gli imputati erano gli stessi. Il processo si concluse nel 1953 e riconobbe gli imputati coinvolti in diversi omicidi, ci furono quattro condanne all’ergastolo per Vittorio Caffeo che era il commissario politico della brigata, Vitaliano Bertuzzi il vicecomandante, Adelmo Benni che faceva parte del tribunale partigiano che aveva comminato le condanne a morte e Luigi Borghi che operò i sequestri. il comandante della brigata Marcello Zanetti non fu processato perché deceduto nel 1946. Le condanne all'ergastolo furono comminate esclusivamente per l'omicidio del tenente Malaguti ma la giustizia comunque non poté fare il suo corso perché gli assassini furono fatti fuggire in Cecoslovacchia e di loro si perse ogni traccia; successivamente, il crimine fu coperto dall'Amnistia Togliatti.

VITTORIO CAFFEO

In seguito, su un libro scritto dal sacerdote Wilson Pignagnoli si sostenne che i coniugi Cevolani fossero stati prelevati da casa, la donna fu uccisa e il marito, pur ferito, sopravvisse. Si diffuse sempre secondo il libro la voce che l'autore della spedizione fosse stato Dino Govoni. Al riguardo non furono mai trovate conferme dato che in realtà non si macchiò mai di alcun delitto.
Lo Stato italiano decise di corrispondere a Cesare e Caterina Govoni, una pensione di 7.000 lire mensili per i figli perduti, 1.000 per ogni figlio ucciso.

Molti anni dopo il segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti, chiamato a tracciare una parallelo tra i sette fratelli Cervi e i sette Govoni ne riconobbe l'innocenza:

« Come vittime i sette giovani Cervi e i sette giovani Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. »

(Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista)


LA FOSSA COMUNE DOVE VENNERO RITROVATI 
I RESTI DEI FRATELLI GOVONI

 IL FUNERALE DEI FRATELLI GOVONI



IL MARTIRIO DELLA FAMIGLIA UGAZIO

Galliate, centro agricolo-industriale della provincia di Novara, dalla quale dista una decina di chilometri, e a levante il suo territorio raggiunge il Ticino, in questo angolo della provincia novarese, si svolse una delle più disumane e malvagie vicende della guerra civile, non solo di questa zona, ma sicuramente di tutta l'Italia.
Dinnanzi ad un fatto come al calvario di Giuseppe, il padre, Cornelia e, Mirka la figlia tredicenne, la più immonda delle belve proverebbe orrore.
A Galliate come in tutti i paesi di campagna, dopo una afosa giornata estiva la gente aspettava un poco di sollievo al tramonto, seduta sui gradini di casa o ai tavoli delle osterie.
Quel 28 agosto del 44, Giuseppe Ugazio, una brava persona di 43 anni, segretario politico del Fascio Repubblicano di Galliate, stava con alcuni amici seduto attorno ad un tavolo della trattoria San Carlo, discutendo di guerra e dei terrificanti bombardamenti aerei al ponte sul Ticino.
Cornelia, la prima delle figlie aveva 21 anni, studentessa di medicina, si era recata presso dei conoscenti che l'avevano pregata di fare a loro delle iniezioni.
Mirka, l'ultima figlia di Giuseppe Ugazio, di tredici anni si divertiva a pedalare sulla sua bicicletta per le vie del paese.
Alle 9 della sera del 28 agosto 44, scoppia la tragedia della famiglia Ugazio.
Una masnada di belve umane uscita dalla tana, attesero il padre e le sue due figlie.
Con una scusa allontana Giuseppe Ugazio dagli amici, sono partigiani travestiti da militi della R.S.I., quelli che fermarono Cornelia e Mirka senza dare nell'occhio, vengono fatte salire su una macchina, una sporca mano tappa loro la bocca per impedire di gridare o chiamare aiuto.
Tutte le vittime vengono poi, attraverso i campi, portate alla cascina negrina, un casolare isolato tra Galliate e Novara, il sole è ormai tramontato quando alla negrina incomincia la schifosa giostra. I partigiani sono una ventina, hanno fame e sete, il pollaio e la cantina sono a portata di mano, i tre prigionieri sono atterriti, ma sperano,sperano perchè nel Capo di quei bastardi riconoscono un loro compaesano.
Poi papà Giuseppe avverte la tragedia che di li a poco si scatenerà.
Il vino bevuto in abbondanza comincia a fare effetto, a calci e a pugni Giuseppe Ugazio viene spinto in un boschetto adiacente alla cascina, lo legano ad un albero e lo torturano sotto gli occhi delle figlie, poi lo finirono a colpi di calcio dei fucili e di calci nel basso ventre dinnanzi alle figlie terrorizzate.
Dopo inizia l'ignobile sarabanda, sono venti belve umane ubriache che si scagliano contro le due ragazze indifese, Cornelia si difende fin che ha forze poi viene sopraffatta, Mirka ancora una bambina da prima non comprende poi tenta una inutile resistenza.
Sette ore di violenze, sette ore di grida e pianti all'alba Mirka e Cornelia sembra non respirino più, i loro corpi vengono trascinati nel boschetto, si scavano trenta centimetri di terra e si buttano dentro le due vittime, il freddo della fossa fa sussultare ancora i due corpi, questione di un attimo, perchè i partigiani finiscono Cornelia spaccandole il cranio col calcio del mitra, mentre sulla gola di Mirka si posa uno scarpone che la strozza.
All'alba la tragedia è ormai finita, i partigiani si riposano fino a mezzogiorno, poi lasciano la cascina negrina alla ricerca di altre famiglie Ugazio.